Disquisire d’anguria della Bassa Reggiana dopo un’estate come quella del 2014 piuttosto freddina fa un po’ rabbrividire e soprattutto ha fatto raffreddare le speranze dei produttori di collocare agevolmente il prodotto, ma la plurisecolare tradizione nella coltivazione di questa cucurbitacea nelle zone di pianura del reggiano non scalfisce la passione dei produttori locali di cocomero riconosciuto universalmente come il frutto dell’estate.
Anguria o cocomero? Nella pianura padana è Anguria poichè le prime importazioni dall’Africa, la zona di origine, furono ad opera degli antichi greci che chiamavano il nuovo frutto col nome di Angurion. Da qui Anguria. Nelle zone oltre l’Appennino emiliano-romagnolo prese il generico nome della specie cucurbitacea e da ciò i latini lo appellarono Cocomero, ma di fatto i due nomi sono sinonimi.
Nei territori della Bassa Reggiana, pur se molto a nord del territorio d’origine, ha trovato tre elementi fondamentali che ne valorizzano la qualità: i terreni, le acque, la temperatura estiva.
Le terre feraci delle zone alluvionali del Po, specie quelle ad alta percentuale d’argilla fanno si che l’anguria possa attingere a tutti quegli elementi nutritivi che la rendono dolce, saporita e croccante. Le falde acquifere rimpinguate dal fiume rendono i terreni sufficientemente ricchi di umidità con possibilità di irrigare nei periodi di siccità e le temperature elevate che raggiunge la pianura padana per effetto del combinato gradi termici-tasso di umidità permettono al frutto africano di svilupparsi regolarmente.
Quanto descritto non avrebbe determinato un prodotto di qualità senza la plurisecolare esperienza dei coltivatori della Bassa Reggiana i quali da frutto decorativo qual’era nel Rinascimento, ne hanno tratto un prodotto dalle caratteristiche nutraceutiche importanti nella dieta estiva contemporanea: reidratante con il suo 95% di acqua, da energia grazie agli zuccheri e sali di magnesio e potassio, contiene antiossidanti che aumentano le difese dell’organismo ed è adatto a diete povere di zuccheri poichè è il frutto a minore percentuale di zuccheri per unità di prodotto.
Ma i produttori della Bassa non si sono accontentati di quanto la natura generosa forniva loro ed oggi si produce l’Anguria in grandi tunnel che, a fronte di stagioni sempre più anticipate, forniscono ai consumatori il prodotto già ai primi di giugno. Il costo di coltivazione è aumentato ma i vantaggi sono innegabili: isolato dall’esterno il frutto è più pulito e meno soggetto alle avversità.
Consapevoli della peculiarità del loro prodotto i coltivatori affiancati dalle istituzioni pubbliche e col contributo delle aziende locali hanno intrapreso dal 2007 un percorso per avere il riconoscimento europeo dell’ Anguria reggiana ad Indicazione geografica protetta (IGP), la cui richiesta è attualmente al vaglio della Regione e del Ministero delle politiche agricole.
I vivaci colori che contraddistinguono l’Anguria verde/bianco e rosso e la stagione nella quale matura oltre ad averla apostrofata come il frutto dell’estate, fanno sì che sia riconosciuta come il frutto del sorriso. Una buona fetta di cocomero, specie se gustata in compagni nelle afose serate padane, suscita buonumore.
Sulla pratica del gustare una fetta d’anguria nei “casotti” era fiorita il secolo scorso una bella tradizione ed in quasi tutti i comuni della pianura reggiana spuntavano ad inizio estate capanne di cannuccia palustre ambientate alla buona per la vendita dei cocomeri, nei quali la sera si somministravano succose fette d’anguria ristoratrici della canicola. Questa tradizione, ormai spenta nei comuni reggiani, sopravvive in grandi città come Bologna e Milano dove, entro chioschi attrezzati, si può consumare l’anguria sul posto.

 

Testo e foto di Luigi Pacchiarini