Sergio Subazzoli ha un atteggiamento sornione.
A Piante e Animali Perduti ti guarda di sottecchi per inquadrare meglio attraverso le lenti degli occhiali che lo accompagnano durante il lavoro. Poi snocciola sapere ed esperienza coinvolgendo chi ha davanti in un effluvio di note salienti della sua vita che iniziano sempre con il suo motto: “Ero andato in pensione e dovevo togliere noia al tempo.” E da quel punto inizia il suo racconto: “… Ma avevo imparato già da bambino guardando gli adulti bravi ad impagliare le sedie. In campagna, una volta, si imparava tutto o quasi per imitazione.”
“L’idea mi è venuta perchè sentivo giusto conservare per i giovani le pratiche di un mestiere ormai scomparso”. Da qualche anno a San Bernardino di Novellara, dove risiede e di cui va fiero, c’è la scuola che ha creato per insegnare ad impagliare le sedie e costruire oggetti con le fibre.
“Vado io nei canali a raccogliere la pavèra, il carice in italiano. Conosco bene i posti e la scelgo con cura. Al momento giusto.”
Mostra con piacere le sedie in lavorazione con sedute di vario tipo, qualcuna anche oggetto di sperimentazioni particolari provando ad unire forme moderne ad intrecci vegetali di stampo rurale. Ma le più belle sono le sedie contadine, prodotte fino agli anni Cinquanta e figlie di tradizioni che hanno radici lontane nel tempo. Le sedute sono impagliate con trame che in tanti hanno avuto la fortuna di vedere nelle case dei nonni di campagna e che ormai non si trovano più nemmeno nei mercatini domenicali. Chi le ha le tiene e ne recupera la bellezza a partire proprio da una nuova impagliatura.
“Fin dall’inizio ho cercato di rispettare i disegni degli intrecci che sono tipici delle nostre zone. E lo sono da secoli.”
Naturalmente Subazzoli ha allargato le competenze e l’esperienza anche su altri materiali come la cosiddetta “paglia di Vienna” e pure il cordino in cellulosa con il quale insegna agli allievi ad intrecciare le borse, di varia forma e foggia. Mostra volentieri anche i cestini creati lavorando il salice alla maniera contadina e il midollino.
Dice le cose con profonda serietà, ma sempre intermezzando le battute rivolte a chi sta imparando da lui l’arte dell’impagliatura. L’ambiente in cui si muove è allegro e spontaneo e Sergio ne è l’anfitrione, il leader naturale, il trascinatore in questa bella avventura per salvare un antico mestiere.
Presenta volentieri i suoi allievi soffermandosi infine su una signora impegnata ad intrecciare una borsa:
“con lei devo avere qualche riguardo perché qualche volta viene a letto con me.” Un modo spassoso e originale per indicare proprio la gentile compagna di vita che ribatte sorridendo di una battuta sentita cento volte.
Subazzoli racconta come nasceva una sedia. “Una volta i seggiolai tagliavano le piante ancora verdi per creare la struttura portante delle sedie. Poi, invece, con legna secca e stagionata creavano i traversi. Assemblavano il tutto e lasciavano il resto al tempo. La struttura portante, asciugandosi e seccandosi serrava così i traversi in modo naturale stringendoli forte.”
In campagna usavano il legno che trovavano, quello che non serviva per altri, più importanti, scopi. Dalle nostre parti soprattutto noce e olmo, ma non solo.
La sedia aveva la sua importanza nella gerarchia all’interno delle famiglie. Le vendevano di norma in numero pari e quando ne servivano in numero dispari c’era sempre il seggiolone, la sedia padronale, quella del capofamiglia. La più grande e comoda, per forza diversa da tutte le altre.
La non più tenera età di Sergio Subazzoli non ha certo appannato la forza dell’ingegno, la stessa messa a frutto nei mestieri che la vita gli ha offerto, nella sua sfida della scuola per impagliatori e in quella di poeta dialettale, versi spontanei figli dei ricordi che ha raccolto in un libro.
Vederlo al lavoro mentre impaglia è un piacere.
Le sue movenze sono semplici, ripetute un infinito numero di volte. Chiunque direbbe che è facile torcere il carice lasciato in ammollo in acqua perché si possa ben lavorare e unirlo di fascio in fascio fino a creare una corda. Il maestro di quest’arte è come se carezzasse il vegetale stringendolo il giusto con tatto e cadenza. Un’arte che si impara solo con la pratica ed è l’esperienza a fare la differenza.
Alla fine ogni sedia completata col disegno di una volta è un oggetto che, da morto, ora torna a vivere con forza e prepotentemente ritornando dal passato e mostrandosi nella sua miglior veste al futuro.
Grazie ad un’ottima idea, un cervello sveglio che ama la poesia e due mani grosse e ruvide.