Il vino dice la verità.

A Piante e Animali Perduti ciascun vitigno racconta delle sue radici, assorbe i caratteri, gli umori della sua terra e li riversa nei suoi frutti. Nella due giorni di Guastalla, l’eccellenza vinicola del nostro territorio, il Lambrusco, si riversa in calici che parlandoti di semplicità, rusticità e spontaneità, sanno restituirti un’immagine chiara e fedele della loro gente: quasi che gli emiliani avessero imparato esuberanza, generosità e schiettezza dal loro vino.                                                                                 

Cenni storici

La scoperta del vino si fa risalire all’ XI-IX secolo a.C., quando ci si accorse accidentalmente della fermentazione a cui andava incontro il succo d’uva selvatico conservato in recipienti di terracotta. Le prime testimonianze di coltivazione della vite sono datate intorno al 4000 a.C. in Mesopotamia, dove il vino era ad appannaggio della cerchia aristocratica. Ci volle l’Impero romano per sdoganare l’uso elitario del vino fino a farlo diventare una bevanda di consumo diffuso e quotidiano. La viticoltura conobbe poi uno straordinario impulso in epoca medievale, grazie al simbolismo della religione cristiana, e finì con l’essere convertito, sulle tavole rinascimentali, in segno di opulenza e prosperità.

Etimologia del Lambrusco

Il vitigno è d’antica tradizione: di vitis labrusca si parla sin dai tempi dei Romani ad indicare una vite selvatica e serpeggiante. Due le ipotesi: che derivi dal latino lambrum (margine) e ruscum (pianta selvatica) o dal greco lab-o (prendo) e ruscus (che punge il palato).

La denominazione di origine

Quattro sono le denominazioni d’origine del Lambrusco, tutte prodotte tra le province di Modena e Reggio Emilia, dalle zone collinari sino al confine col mantovano bagnato dalle acque del Po. Sono infatti stati riconosciuti vini D.O.C. il Lambrusco di Sorbara, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro, il Lambrusco Salamino di S. Croce, il Lambrusco Reggiano. A Piante e Animali Perduti di solito sono rappresentate quasi tutte.

Il Lambrusco Reggiano

Il Lambrusco Reggiano nasce come frutto delle uve dei vitigni Marano, Salamino, Monterrico, Maestri e fino al 15% Ancellotta. Nel 1900 all’Esposizione Universale di Parigi il Lambrusco Reggiano viene decorato con la menzione d’onore; a 71 anni dopo risale il riconoscimento della Denominazione di Origine “Lambrusco Reggiano”, a tutela di qualità e tipicità del prodotto. E’ del 1996 invece il cambiamento della denominazione semplicemente in “Reggiano” con l’estensione ad ulteriori tipi di uve all’interno della DOC. Attualmente oltre 7 mila produttori, plurime Cooperative e cantine private gravitano attorno al Reggiano per un fatturato globale superiore ai 500 milioni di Euro. Vivacità è la parola d’ordine per questa tipologia vinicola: vivace è la spuma, fine ed evanescente, così come il colore, che scorre dal rosato al rosso rubino, ma vivaci sono anche il sapore fresco, sapido e frizzante ed un profumo floreale e fruttato insieme, che ben si sposa con le eccellenze culinarie della terra d’Emilia.

Alla manifestazione settembrina il lambrusco bagna i banchi delle cantine espositrici e i vari angoli dei punti ristoro, dove accompagna non solo i piatti della tradizione, ma anche la cultura dello street food.

Il 24 e il 25 settembre 2016 la mostra mercato di Piante e Animali Perduti si appresterà a brindare al suo ventennale: c’è da scommettere che lo farà con un buon calice di lambrusco.

 

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Testo di Alice Mora, foto di: Lore & Guille da Flickr https://flic.kr/p/a13CUt (CC) e Caspar Diederik da Flickr https://flic.kr/p/dmcL4z (CC)